Donato Russo – Pensieri

Cercando la nostra storia tra le storie

Categoria: Uncategorized

  • Viaggio ontologico tra le pagine di “The Book of Love”.

    Fantasmi, magia e Heidegger: Kelly Link e il senso della vita in The Book of Love.

    Chi l’ha detto che la filosofia deve per forza profumare di chiuso e di vecchie biblioteche polverose? A volte le domande più profonde sulla nostra esistenza non si trovano tra le note a piè di pagina di un saggio, ma tra le pieghe di un romanzo fantasy contemporaneo. È il caso di The Book of Love, dove Kelly Link non si limita a scrivere una storia di fantasmi o di magia urbana, ma mette in scena una vera e propria sfida filosofica: cosa significa esistere davvero?

    Attraverso il ritorno alla vita di quattro personaggi – Laura, Daniel, Mo e l’anima antica Bowie – l’autrice esplora quello che Martin Heidegger definiva in Essere e Tempo come il passaggio cruciale dall’inautenticità alla verità dell’essere.

    1 – Il risveglio del Si. La tentazione della normalità.

    Per Heidegger, l’essere umano vive per lo più in una dimensione inautentica, dominata dal Si (Das Man). È quel regno della chiacchiera e della curiosità superficiale dove ci comportiamo come “si” deve, parlando come “si” parla, cercando disperatamente di sfuggire all’angoscia della nostra fine.

    Nel romanzo, Laura, Daniel e Mo incarnano perfettamente questa fuga. Nonostante l’evento traumatico della loro morte, il loro primo istinto non è interrogarsi sul senso del loro ritorno, ma di restaurare il passato a ogni costo:

    • Mo si rifugia nel desiderio di un amore giovanile che sia, sopra ogni cosa, “normale”.
    • Laura cerca di ricostruire la propria identità attraverso gli oggetti, accumulando musica e nuovi strumenti.
    • Daniel resta paralizzato in una preoccupazione costante per la famiglia, una forma di “cura” che però non si traduce mai in una vera scelta, rimanendo ferma al palo.

    I tre ragazzi utilizzano la magia come una tecnica di manipolazione per piegare la realtà ai propri desideri. Cercano di cancellare il fatto di essere “sati morti” per tornare a essere “chiunque” nella cittadina di Lovesend. È il tentativo umano, quasi commovente, di nascondersi nell’ordinario per non guardare l’abisso.

    2 – Bowie e il richiamo della coscienza.

    Al polo opposto troviamo Bowie. In quando anima antica, Bowie ha già esaurito le maschere del “Si”; ha già vissuto abbastanza per sapere che la normalità è un illusione. Il suo incontro con Thomas funge da quello che il filosofo Heidegger chiamerebbe Richiamo della Coscienza (Gewissensruf): la voce interiore che ci strappa alle distrazioni del mondo per ricordarci la nostra responsabilità verso noi stessi.

    A differenza dei ragazzi, Bowie non usa la magia per “avere” (chitarre, amore, controllo), ma per “essere”. La sua è una ricerca di Aletheia, lo svelamento della verità:

    • Cerca di ricordare chi fosse veramente, oltre il mito ed il tempo.
    • Affronta la propria storicità, accettando finalmente il peso di un passato turbolento e non sempre nobile.
    • Agisce per fare ammenda, trasformando la magia in uno strumento di autoconoscenza piuttosto che in un mezzo di dominio sugli altri.
    3 – La magia come Tecnica vs la magia come Verità.

    Il conflitto centrale del libro può essere letto come la critica di Heidegger alla ricerca moderna. Se ci pensiamo, per Laura e Mo la magia è un gadget per asservire il mondo ai propri bisogni, un modo per coprire il vuoto lasciato dalla morte sotto un velo di nuove possibilità materiali.

    Daniel, d’altro canto, pur rifiutando la magia, rimane vittima della propria Fatticcità: accetta passivamente la situazione in cui si trova senza mai progettarsi veramente verso una soluzione autentica. È l’eterno spettatore della propria vita.

    Bowie è l’unico che accetta l’angoscia. Heidegger sostiene che l’angoscia ha un potere straordinario, ci isola e ci mette di fronte al Nulla, ma è solo in questo isolamento che diventiamo autentici. Bowie accetta di essere diverso, di essere solo e di dover pagare un debito. Non cerca la scorciatoia della normalità, ma attraversa il dolore per trovare la sua verità.

    4 – Il finale: La morte come unica Libertà.

    La conclusione del romanzo è un potente commento al concetto heideggeriano di Essere-per-la-morte. La tesi del filosofo è paradossale ma vitale: la morte non è ciò che interrompe la vita, ma la condizione che la rende autentica, perché le dà un limite e quindi un senso.

    • Il purgatorio dei ragazzi. Laura, Daniel e Mo faranno una scelta che li terrà “legati” al mondo perdendo molto più. Questa rappresenta la metafora perfetta della loro caduta nell’inautenticità.
    • La liberazione di Bowie. Lui solo raggiunge la totalità del suo essere, il suo Nulla sarà l’unico vero atto di liberà di tutto il romanzo.

    Conclusione.

    The Book of Love ci insegna che non è la durata della vita a determinarne il valore, ma il modo in cui ci rapportiamo alla sua fine. Mentre i giovani protagonisti restano prigionieri di un “amore eterno” che si è trasformato in una prigione di ombre. Bowie ci mostra la via più difficile, solo chi ha il coraggio di accettare la propria finitudine può dire di aver vissuto davvero.

    Donato Russo.

  • Perché la tragedia di Gollum parla ancora all’uomo moderno.

    Analizzare la figura di Gollum non significa soltanto studiare uno dei personaggi forse più tragici del Novecento; significa esplorare lo specchio deformato di ciò che accade quando l’anima viene lentamente erosa da un’ossessione. Non ci troviamo dinanzi a un semplice “mostro”, bensì a un monito vivente.

    Attraverso la lente della psicologia, della filosofia e della preziosa lettera di J. R. R. Tolkien, possiamo comprendere perché questa creatura parli ancora oggi, con tanta urgenza, alle sfide dell’uomo contemporaneo.

    La Scissione dell’Io: Sméagol e la genesi di un meccanismo di difesa.

    La metamorfosi da Sméagol a Gollum non è un mero decadimento fisico, ma rappresenta una dissociazione identitaria innescata da un trauma insostenibile.

    • L’origine della frattura: In principio Smèagol era un essere affine agli Hobbit, seppurer caratterizzato da una certa fragilità morale. L’evento scatenante, l’omicidio dell’amico Deagol, frantuma la sua psiche. Per sopravvivere al peso del senso di colpa Smèagol genera Gollum, una maschera feroce e spietata, capace di farsi carico dell’orrore delle proprie azioni.
    • La corazza psichica: Mentre Smèagol conserva ancora flebili tracce di memoria e timore, Gollum agisce per puro istinto di sopravvivenza. Possiamo interpretarlo come un “genitore abusivo” che pretende di proteggere lo Smèagol fanciullo dal mondo esterno, finendo però per schiavizzarlo in una prigione di solitudine.
    • La dipendenza patologica: In questa analisi l’Anello cessa di essere un oggetto magico per diventare una sostanza. Gollum esibisce la sintomatologia di una severa tossicodipendenza: l’anedonia (l’incapacità di trarre piacere da fonti naturali come il cibo o la luce), una percezione alterata della realtà e un conflitto viscerale di odio-amore verso il suo “Tesoro”.
    Il male come Privazione: una visione filosofica.

    Seguendo la prospettiva agostiniana tanto cara a Tolkien, il male non possiede una forza creativa autonoma, ma agisce in modo parassitario. Gollum incarna perfettamente il concetto di Privatio Boni (Privazione del bene).

    Egli vive un alienazione totale, avendo trasferito tutto il suo valore individuale in un simulacro esterno. Quando chiama l’Unico “Tesoro” (Precious), finisce per chiamare così anche se stesso. In questo cortocircuito soggetto e oggetto si fondono, non è più lo Hobbit a possedere l’Anello, è l’Anello a possedere lui, svuotandolo di ogni residuo di identità.

    Eppure, qui risiede un paradosso fondamentale: la Funzione Provvidenziale. Gollum è necessario all’economia della Terra di Mezzo. Senza la sua bramosia l’Anello non sarebbe mai stato distrutto, poiché perfino il virtuoso Frodo soccombe nel momento cruciale. Tolkien ci suggerisce che anche l’essere più abbietto può, involontariamente, farsi strumento di un bene superiore.

    Frodo vs Gollum: Perché l’eroe non cede all’ombra?

    Nonostante Frodo arrivi ad un passo dalla rovina, non subisce la stessa frammentazione di Sméagol. Questa resistenza poggia su tre pilastri fondamentali:

    1. L’intenzione: Smèagol ottiene l’Anello attraverso il sangue; Frodo, al contrario, lo accetta come un sacrificio non richiesto, un atto di puro dovere.
    2. L’ancora Sam: La solitudine è il terreno fertile della follia. Samwise Gamgee rappresenta l’Io ausiliario di Frodo, il legame indissolubile con la realtà e con l’amore disinteressato.
    3. L’empatia: Frodo guarda Gollum e riconosce le proprie potenziali macerie. Scegliendo di trattarlo con dignità, il Portatore, non sta solo cercando di salvare la creatura, ma sta attivamente proteggendo la propria umanità.
    Gollum nella società moderna. Gli Anelli di oggi.

    La parabola di Gollum risuona con forza nella nostra quotidianità, manifestandosi in nuove subdole forme di schiavitù.

    Dipendenza Digitale: L’eremitaggio oscuro di Gollum trova un eco moderno nell’alienazione digitale. Cerchiamo picchi di dopamina sotto forma di approvazione sociale (like) che, proprio come l’Anello, non riescono mai a colmare il vuoto interiore, lasciandoci paradossalmente più soli.

    Reificazione e Consumo: Quando riduciamo l’esistenza al possesso di uno status o di un oggetto, smettiamo di essere individui per diventare funzione dei nostri acquisti. Diventiamo ciò che possediamo.

    Lo Stigma della Salute Mentale: Spesso la socialità si limita a condannare il “Gollum” (il comportamento deviante) ignorando lo “Smèagol” (la sofferenza e il trauma che lo hanno generato).

    Il segreto del “quasi” pentimento.

    Nella celebre Lettera 246, Tolkien risponde al commento di una lettrice, Eileen Elgar, in merito al fallimento di Frodo nel gettare l’Anello nella voragine del Monte Fato.

    Essendo tale lettera molto lunga non posso riportarla per intero, ma in una parte di questa Tolkien descrive una scena veramente straziante a Cirith Ungol in cui Gollum, osservando Frodo dormire, prova un autentico moto di affetto. In quel momento, scrive l’autore, egli fu “ad un passo dal pentimento”.

    Il fallimento in quella redenzione, causato da un tragico malinteso di Sam, rappresenta il vero cuore del dramma. Ci insegna che se la gentilezza ha il potere di redimere, il giudizio frettoloso può essere la spinta definitiva verso l’abisso. Come ammonisce saggiamente Gandalf:

    Molti di quelli che vivono meriano la morte. E molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di decidere? Non essere troppo troppo generoso nel distribuire la morte come giudizio.

    Conclusione: Disarmare il nostro Gollum interiore.

    Per annichilire l’ombra che vive in noi Tolkien non suggerisce gesti eroici, ma piccoli atti di resistenza quotidiana:

    • Praticare il distacco. Comprendere che non siamo definiti dai nostri successi o dai beni che accumuliamo.
    • Coltivare la pietà verso noi stessi. Imparare ad accogliere le proprie fragilità invece di soffocarle con l’autocritica feroce.
    • La saggezza delle piccole cose. Riscoprire l’antidoto “Hobbit” – un pasto condiviso, il contatto con la terra – contro la frenesia del potere.

    Non serve una forza sovrumana per sconfiggere l’ossessione, a volte basta la misericordia, l’unico potere capace di fa scivolare, finalmente, l’Anello dalle dita della nostra anima.

    Donato Russo.

  • Il Fantasy che ci insegna a guarire il tempo.

    La saga di Helughèa, scritta dal poliedrico artista e ricercatore Arthuan Rebis, non è una semplice narrazione fantasy. È una vera e propria architettura “mitomagica” che sfida chi legge a compiere un salto evolutivo. Attraverso i suoi due volumi, l’autore ci conduce in un viaggio che parte dalla Terra per arrivare all’essenza stessa della nostra coscienza.

    Parte I: Il racconto di una Stella Foglia - Ricordare l'unità.

    Il primo volume ci introduce a un mondo fratturato ma speculare. Da un lato c’è Ghèa, la nostra realtà, appesantita dal materialismo; dall’altro c’è Helu, un regno luminoso abitato dagli Heludin, esseri in simbiosi con la natura.

    Il protagonista, Carlo, funge da ponte tra questi due mondi collegati dai Baudril (gli alberi della soglia). La trama è una ricerca di memorie perdute: quando Ghèa soffre, Helu decade. Qui la filosofia si fa concreta attraverso l’idea:

    Non esiste separazione: ogni azione compiuta sulla Terra fa vibrare una stella. Siamo esseri interconnessi in un cosmo che respira.

    Rebis ci ricorda che incontrare Helu non significa scoprire il nuovo, ma praticare l’Anamnesi. Conoscere non è scoprire il nuovo, ma ricordare ciò che abbiamo dimenticato: la nostra origine è scritta nel DNA spirituale.

    Tò gàr zetèin àra kài tò manthànein anàmnesis hòlon estìn

    Cercare e imparare sono, nel loro complesso, reminiscenza.

    Platone, dialogo Menone, 81B

    Parte II: Il Guardiano AlatoLa rivoluzione verticale.

    Nel secondo capitolo, con l’umanità sull’orlo di un’apocalisse nucleare, la sfida si sposta sul piano ontologico. Per salvare il mondo, i protagonisti devono risalire l’Albero del Tempo e affrontare il Guardiano Alato. Qui il libro introduce il concetto rivoluzionario di Tempo Verticale:

    Il tempo non è una linea che ci divora, ma un albero infinito. Non cercare la soluzione nel futuro, cercala “in alto”, nella potenza del presente.

    Luciano De Crescenzo

    In questa visione, la realtà esterna è solo un riflesso. Se la nostra coscienza è malata di odio, il mondo manifesterà distruzione. Il messaggio radicale è:

    La realtà esterna è lo specchio della nostra interiorità. Se vuoi cambiare il mondo, devi prima guarire la frequenza della tua coscienza.

    Il Legame: Un percorso di Guarigione Alchemica.

    Il passaggio tra i due romanzi rappresenta la trasformazione del lettore: dal vedere l’invisibile (capire che dietro ogni foglia c’è una stella) all’essere invisibile, diventando sovrani della propria percezione.

    Il cuore di tutto è la Guarigione. Il “Guardiano Alato” non è un nemico, ma un archetipo del Sé, quella funzione superiore della mente che smette di subire il destino. Come ci fa capire l’autore:

    In qualunque dimensione la Coscienza faccia esperienza, quell’esperienza è valida. Siamo noi i custodi sovrani del nostro tempo.

    Conclusione: Tra l’ombra del fungo atomico.

    Il finale della saga è l’ultimo test per il lettore. Non è una conclusione “chiusa”, ma un atto di fiducia. Anche nel momento più buio, se spostiamo lo sguardo dal piano orizzontale della paura a quello verticale della presenza, possiamo volare oltre la crisi.

    Il guardiano alato non è un mostro da sconfiggere, ma un’altezza da raggiungere per volare oltre l’ombra della nostra stessa distruzione.

    L’opera si chiude come un Koan Zen: ci costringe a smettere di cercare un “e vissero felici e contenti” e a iniziare a percepire la realtà come un insieme di possibilità simultanee. Perché, in ultima analisi, non siamo vittime della storia, ma custodi del Tempo.

    Cosa si può fare ora?

    Rifletti su un momento della tua vita che ti sembra un vicolo cieco. Se lo guardassi non come un punto su una linea, ma come un ramo di un albero infinito, quale salto di coscienza ti permetterebbe di vedere una via d’uscita?

    Donato Russo.

  • Il Padre delle Pleiadi tra il Leviatano di Hobbes e la Ribellione.

    Tra sicurezza e ribellione: Una lettura filosofica del “Il Padre delle Pleiadi”

    La buona fantascienza non parla mai solo di futuro. Parla di noi, delle nostre paure e, soprattutto, di come scegliamo di organizzarci quando il mondo crolla. Nel romanzo Il padre delle Pleiadi, Mara Cecili costruisce un universo narrativo che si trasforma in un ring dove si scontrano due giganti della filosofia politica moderna: Thomas Hobbes e David Hume.

    Seguendo il viaggio di Alba Dent, dall’oppressione delle città sotterranee alla scoperta della verità su Pardes, assistiamo non solo ad un’avventura fisica, ma all’evoluzione del pensiero politico umano. Dalla sottomissione per paura alla cooperazione per scelta.

    Il Sottosuolo: L’ombra del Leviatano.

    La prima parte del romanzo sembra uscita da un manuale di filosofia hobbesiana. Il mondo è devastato, la superficie è invivibile. In questo scenario, che Hobbes chiamerebbe “Stato di Natura” (una condizione di guerra perpetua), l’umanità compie una scelta drastica.

    Gli abitanti del sottosuolo accettano quello che i filosofi chiamano Pactum Subiectionis (patto di sottomissione). Rinunciano alla loro libertà naturale – vedere il cielo, muoversi, sapere – e la consegnano nelle mani di un’autorità centrale. In cambio, ottengono una cosa sola: la sicurezza.

    È il Leviatano di Hobbes fatto inchiostro, un potere assoluto come unica barriera contro l’estinzione. L’autrice ci mostra però il lato oscuro del patto: quando la sicurezza è l’unico valore, la verità diventa sacrificabile. La menzogna non è un bug del sistema, ma il collante necessario per mantenere il Leviatano in vita. Se la paura finisce, finisce anche il potere.

    La Ribellione e la “simpatia” di Hume.

    Se la prima parte è Hobbes, la seconda ci trascina nei territori di David Hume. Su “Pardes” Alba incontra i ribelli: un gruppo che vive ai margini, fuori dalla protezione del governo sotterraneo.

    Secondo Hobbes, senza un padrone questi ribelli dovrebbero scannarsi a vicenda. E invece collaborano. Perché? Qui entra in gioco la critica di Hume: la società non nasce da una firma su un contratto immaginario, ma dall’abitudine e dall’utilità.

    I ribelli non sono uniti dalla paura, ma da quella che Hume chiama “simpatia”. Non l’essere simpatici, ma la capacità di condividere passioni comuni (la sete di verità, la resistenza). È un’organizzazione fluida e organica, contrapposta alla rigida architettura artificiale del governo. Mara Cecili ci mostra che l’ordine non deve necessariamente essere imposto dall’alto, ma può emergere dal basso, attraverso la fiducia.

    Perché amiamo l’apocalisse?

    Chiuso il libro, resta una domanda scomoda che tocca il nostro modo di vedere la società. Perché quando immaginiamo una catastrofe – alieni, pandemie, asteroidi – il nostro primo istinto narrativo è prevedere uno scenario alla Hobbes (tutti contro tutti, serve l’uomo forte) e quasi mai uno scenario solidale?

    Siamo davvero convinti che, senza polizia o governo, l’essere umano sia intrinsecamente un “lupo” per gli altri uomini? La risposta facile è il cinismo. Ma proviamo a scavare più a fondo:

    • L’abitudine al conflitto. Il conflitto vende più della cooperazione. È narrativamente più semplice e di impatto scrivere una dittatura distopica che una complessa democrazia orizzontale che funziona. Ma la realtà è spesso diversa. Nei disastri reali (terremoti, alluvioni), la sociologia ci dice che emerge spesso un “altruismo da catastrofe”, molto più simile alla visione di Hume o di Kropotkin che a quella di Hobbes.
    • L’evoluzione della paura. Siamo programmati biologicamente per cercare un leader nella crisi. Ma l’evoluzione ci ha donato anche l’empatia. Forse il Leviatano è la risposta del nostro cervello rettiliano, mentre la cooperazione dei ribelli è la risposta della nostra corteccia prefrontale, più evoluta e razionale.

    Il Padre delle Pleiadi ci lascia con una sfida: smettere di credere che la sicurezza richieda catene, e iniziare a immaginare futuri dove la salvezza non arriva da un uomo al comando, ma dalla mano che tendiamo al nostro vicino.

    E voi? In caso di apocalisse, vi affidereste al Leviatano o ai Ribelli?

    Donato Russo.

  • La sfida mai risolta tra l’idea di Platone e il metodo di Aristotele.

    Abstract.

    L’indagine sulla natura della Polis non costituisce un mero reperto archeologico, bensì un’aporia persistente che attraversa l’intera storia del pensiero politico occidentale. Il presente articolo esamina la dicotomia tra la tensione verticale dell’idealismo platonico – come emerge nella Repubblica e, con variazioni sostanziali, nelle Leggi – e l’orizzontalità empirica dell’indagine aristotelica. Attraverso la disamina critica dei testi fondativi e l’integrazione di citazioni dirette, si intende dimostrare come il conflitto tra l’unità organica dello Stato e della pluralità irriducibile del tessuto sociale rappresenti la problematica fondamentale di ogni teoria politica, oggi ritualizzata dalle sfide della complessità globale.

    • La Repubblica (Politeia): L’isomorfismo Psico-Politico e la Totalità Organica.

    L’analisi principia con la Repubblica, l’opera in cui la speculazione platonica raggiunge il suo vertice prescrittivo. In questo contesto, Platone non intende descrivere fenomenologicamente gli stati esistenti – che egli considera alla stregua di ombre deformate – bensì delineare un modello normativo capace di riflettere l’ordine cosmico e l’idea immutabile di Giustizia (Dikaiosyne).

    La celebre affermazione platonica chiarisce l’intento:

    ἐὰν μή, ἦν δ᾽ ἐγώ, ἢ οἱ φιλόσοφοι βασιλεύσωσιν ἐν ταῖς πόλεσιν ἢ οἱ βασιλῆς τε νῦν λεγόμενοι καὶ δυνάσται φιλοσοφήσωσι γνησίως τε καὶ ἱκανῶς […] οὐκ ἔστι κακῶν παῦλα ταῖς πόλεσι, δοκῶ δ᾽ οὐδὲ τῷ ἀνθρωπίνῳ γένει

    Se i filosofi non governano nelle città o se quelli che ora sono chiamati re e governanti non coltivano la filosofia in modo genuino e adeguato […] non ci sarà tregua dai mali per le città, e credo nemmeno per il genere umano

    Repubblica, V, 473d

    Il fondamento teorico della Kallipolis risiede in un rigoroso isomorfismo: la struttura della città deve replicare specularmente la gerarchia interna dell’anima umana. In virtù della tripartizione dell’anima (razionale, irascibile, concupiscibile), lo Stato viene stratificato in tre ordini funzionali: i Sapienti (re-filosofi), i Guerrieri (guardiani) e i Produttori. La giustizia, dunque, non è un contratto sociale, ma una “sinfonia” gerarchia:

    τὸ τὰ αὑτοῦ πράττειν καὶ μὴ πολυπραγμονεῖν δικαιοσύνη ἐστί

    La giustizia consiste nel compiere il proprio dovere e nel non darsi cura di troppe cose.

    Repubblica, IV, 433a

    La radicalità della proposta platonica risiede nella rimozione chirurgica delle cause della stasis (conflitto). Per garantire l’unità assoluta, Platone teorizza per le classi egemoni l’abolizione della proprietà privata e della famiglia, intese come fonti di particolarismo che distraggono dal Bene Comune. Si delinea un comunismo etico finalizzato a un’armonia olistica del corpo politico dove il tutto precede la parte. Tale impostazione solleva l’interrogativo cruciale sulla possibilità di istituire la Giustizia attraverso la soppressione della soggettività privata: può un sistema essere giusto se nega l’autonomia dell’individuo che deve esperire tale giustizia?

    • Le leggi (Nomoi): Il passaggio dal “Governo dei migliori” alla sovranità del Nomos.

    Se la Repubblica incarna il paradigma di una perfezione statica, le Leggi rappresentano il confronto dialettico dell’ultimo Platone con i limiti della natura umana. I dodici libri di quest’opera – la più lunga e l’ultima del filosofo – sono redatti successivamente alle fallimentari esperienze siracusane, questo dialogo segna uno spostamento teorico dal governo ideale al governo possibile, definito come lo “Stato Secondo” (deuteros plous).

    L’obiettivo non è più la sapienza vivente del Re-Filosofo, ma la sovranità impersonale e inflessibile della Legge (Nomos), intesa come riflesso dell’inteligenza divina. Platone riconosce qui che l’assolutezza del potere corrompe inevitabilmente l’animo umano:

    θνητὴν οὐδεμίαν εἶναι φύσιν ἱκανὴν διοικοῦσαν τὰ ἀνθρώπινα σύμπαντα αὐτοκράτορα μὴ οὐχὶ ὕβρεώς τε καὶ ἀδικίας μεστοῦσθα

    Nessuna natura umana mortale è capace di gestire con i poteri assoluti tutte le vicende umane senza riempirsi di tracotanza e ingiustizia.

    Leggi, IV, 713c

    In quest’ottica, viene introdotta la “Costituzione Mista” nella colonia di Magnesia, sintesi tra autorità monarchica e libertà democratica. Platone intuisce che la stabilità politica deriva dalla sintesi tra il principio monarchico (l’autorità della ragione) e quello democratico (la libertà del consenso). Tuttavia, la rigidità normativa persiste: ogni legge deve essere preceduta da un preambolo (prooimion) volto a persuadere i cittadini, e la coesione è garantita dal Consiglio Notturno, organo supremo di sorveglianza dogmatica. La libertà individuale resta subordinata al Nomos, inteso come:

    νοῦ διανομή

    Distribuzione di ragione.

    Leggi, IV, 714a

    • La Politica (Politikà): L’empirismo aristotelico e l’apologia della pluralità.

    Con Aristotele si assiste a un mutamento epistemologico radicale. Negli otto libri della Politica, lo Stagirita abbandona la deduzione metafisica per adottare un metodo comparativo e “biologico”. Per Aristotele, la politica non è scienza esatta (come la geometria platonica), bensì una scienza pratica (phronesis) che deve partire dall’osservazione della realtà. Il punto di partenza è la celebre definizione del’uomo:

    ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον

    L’uomo è per natura un animale politico

    Politica, I, 1253a

    Nel secondo libro della Politica, Aristotele articola una critica puntuale alla Repubblica, centrata su un argomento ontologico, l’eccessiva unità perseguita da Platone distrugge l’essenza stessa della città. La Polis non è un individuo macroscopico, ma una comunità di liberi ed eguali:

    γίγνεται γὰρ μία λίαν πόλις οὖσα, ὥσπερ ἐξ οἰκίας οἰκίαν καὶ ἐξ ἀνθρώπου ἄνθρωπον […] ὥστ᾽ εἰ καὶ δυνατός τις εἴη τοῦτο δρᾶν, οὐ ποιητέον: ἀναιρήσει γὰρ τὴν πόλιν

    La polis è per natura una pluralità (plethos), e se diventa sempre più unitaria, da polis diverrà famiglia, e da famiglia individuo. […] Cosicché, anche se si fosse capaci di fare questo, non bisognerebbe farlo, perché si distruggerebbe la città.

    Politica, II, 1261a

    Aristotele riabilita istituti che Platone aveva condannato. La proprietà privata non è vista come fonte di corruzione, ma come estensione naturale dell’individuo e incentivo alla cura:

    ἥκιστα γὰρ ἐπιμελείας τυγχάνει τὰ κοινὰ πλείστων: τῶν γὰρ ἰδίων μάλιστα φροντίζουσιν

    Ciò che è comune a un numero grandissimo di persone riceve pochissima cura; infatti, ciascuno si prende cura soprattutto delle cose proprie.

    Politica, II, 1261b

    Definendo l’uomo come Zoon Politikon, Aristotele postula che l’associazione politica non nasca per mera sopravvivenza, ma per il fine teleologico della “vita buona” (eu zen). Questa si realizza solo attraverso il linguaggio (logos) e la deliberazione nella sfera pubblica. La sua preferenza per la Politeia (il governo misto basato sulla classe media) riflette la ricerca di un equilibrio pragmatico capace di mediare tra gli interessi contrapposti delle fazioni, evitando gli eccessi sia dell’oligarchia che della democrazia radicale.

    • Sintesi dialettica: L’uno contro i molti.

    Dall’analisi comparata emerge una frattura paradigmatica. Platone rivendica la necessità di un fondamento epistemico veritativo, rischiando di scivolare in un “totalitarismo etico” in cui l’univocità del Bene annulla la libertà di scelta. Aristotele salvaguarda la pluralità sociale, ma espone il fianco a un conservatorismo statico – evidente nella giustificazione della schiavitù naturale – e al rischio di accettare l’esistente senza un ideale trasformativo.

    Mentre Platone cerca di sollevare l’uomo verso la perfezione delle Idee, Aristotele cerca di perfezionare l’uomo entro i limiti delle sue contingenze. È il conflitto perenne tra la politica come redenzione e la politica come amministrazione dell’imperfetto.

    • Conclusioni: Un’eredità aperta alla vigilanza critica.

    La comparazione tra i modelli platonici e aristotelici non offre una sintesi pacificata, ma un dilemma irrisolto che permea la modernità. Da un lato, la “tentazione platonica” rivive nelle moderne tecnocrazie e negli algoritmi predittivi, dove una competenza tecnica indiscutibile pretende di bypassare la deliberazione democratica. Dall’altro, il “rischio aristotelico” si manifesta nell’accettazione acritica dello status quo, riducendo la politica a mera gestione amministrativa priva di uno slancio di idee.

    Alla luce di questa tensione, restano aperte due domande fondamentali:

    1. È possibile un ordine razionalmente fondato che non diventi una gabbia per la pluralità?
    2. Abbiamo ancora bisogno di una “verticalità” ideale per non naufragare in un empirismo senza direzione?

    La vitalità del pensiero politico risiede proprio in questa mancata risoluzione, che funge da condizione di possibilità per la nostra costante vigilanza critica.

    Donato Russo.

  • Quando l’Urban Fantasy nasconde una lezione sul crescere.

    C’è un motivo se Graven di Valeria Vichi ti lascia addosso un senso di inquietudine diverso dal solito Urban Fantasy. Non è solo per le sue atmosfere cariche di tensione o per quel sapore di terra umida e segreti sepolti che si respira leggendo. Il motivo è che questo romanzo, sotto la pelle narrativa fantastica, è profondamente filosofico.

    Senza mai citarlo apertamente, la scrittrice costruisce una storia che sembra la perfetta dimostrazione pratica del pensiero di Eraclito: l’unica costante della vita, e della magia, è che tutto scorre (Panta Rei). E resistere alla corrente è impossibile.

    L’illusione della stasi e la violenza del flusso.

    Il mondo di Graven ci appare inizialmente come un luogo dove il tempo si è fermato, intrappolato in vecchie leggende e rovine silenziose. Ma è un inganno. I protagonisti vengono presto trascinati in quella che Eraclito chiamava “la corrente”, un flusso di eventi che demolisce le loro certezze.

    Il romanzo non è la solita battaglia tra Bene e Male, racconta l’impossibilità di restare uguali a se stessi. Jonathan e il suo gruppo apprendono a loro spese che non si può tornare indietro. Ogni capitolo è come un passo in un fiume, e non è mai lo stesso del capitolo precedente. Il tentativo di preservare l’equilibrio iniziale fallisce, perché la vita, proprio come la trama, lo esige.

    Il dolore come scultore (Il Polemos).

    Se Eraclito diceva che “il conflitto è padre di tutte le cose“, in Graven vediamo esattamente questo principio in azione. Le paure che i ragazzi devono affrontare – sia quelle soprannaturali che quelle legate al loro passato – sono catalizzatori, non semplici ostacoli da abbattere.

    Spesso, l’eroe sconfigge il mostro e torna a casa a festeggiare. Beh, qui non succede. Qui il conflitto forgia i personaggi. Il dolore, la paura e il mistero agiscono come il fuoco: bruciano la parte infantile dei protagonisti, consumano le loro ingenuità e li costringono a una maturazione forzata. I ragazzi non “vincono” semplicemente contro l’oscurità, diventano adulti grazie ad essa.

    L’amicizia che non poteva restare tale.

    È qui che l’analisi filosofica tocca l’apice più commovente: l’evoluzione dei rapporti. Assistiamo alla trasformazione di un’amicizia in amore. Valeria non la dipinge come una scelta romantica da fiaba, ma come una necessità vitale, quasi biologica.

    I protagonisti non possono restare “solo amici” perché quei ragazzi che erano amici all’inizio del libro non esistono più. Sono morti nel fiume del divenire. Le nuove persone che sono emerse dal trauma hanno bisogno di un legame diverso, più profondo, più viscerale. L’amore in Graven nasce dalla consapevolezza della fragilità: “Ti amo perché sei l’unico che sta scorrendo in questo fiume spaventoso insieme a me”.

    Conclusione.

    Graven è un romanzo che usa il genere fantastico per raccontare una verità umana ineludibile: crescere significa accettare di perdere la forma che avevamo prima. Valeria ci ricorda che non dobbiamo avere paura del cambiamento, anche quando è doloroso, perché è proprio nel caos del divenire che scopriamo chi siamo davvero.

    Donato Russo.

  • Un viaggio tra letteratura e psicologia dell’identità.

    Il mosaico incompleto: quando la vita cerca il suo ultimo pezzo.

    Nel romanzo L’ultimo azulejo, di Erica Bianchi e Simona Meroli, la metafora centrale colpisce per la sua potenza visiva: l’identità della protagonista è una parete di splendide piastrelle di ceramica, gli azulejo, deturpata però da un vuoto doloroso. Non si tratta di una crepa superficiale, ma della mancanza fisica di un tassello preciso, la figura patena. Finché quel vuoto persiste, l’intero disegno della sua esistenza appare indecifrabile, come una frase a cui manca il verbo principale.

    Cercare il padre per Amaya, quindi, non è solo un viaggio fisico o sentimentale, ma il tentativo disperato di “chiudere il cerchio”. La protagonista sente che, senza collocare quell’ultimo pezzo di ceramica nel muro della memoria, l’intera struttura della sua personalità rimarrà fragile, esposta alle intemperie e incapace di riflettere la sua vera immagine. Trovare il padre significa trovare la forma definitiva del proprio Io.

    Erikson e il cantiere dell’adolescenza.

    È una tensione narrativa che rispecchia alla perfezione ciò che lo psicologo Erik Erikson ha spiegato riguardo alla costruzione dell’identità. Immaginando la vita come una scala a pioli, Erikson ha individuato nell’adolescenza il gradino più critico, quello in cui risuona una domanda inevitabile: “Chi sono Io?

    Secondo la sua teoria, l’identità non è un regalo che riceviamo alla nascita, ma un puzzle che dobbiamo comporre attivamente, incastrando i frammenti della nostra infanzia, le nostre abilità e i ruoli che la società ci offre. Se i pezzi non combaciano in un’immagine coerente (l’integrazione dell’Io), cadiamo nella “confusione di ruolo”. Ci sentiamo frammentati, banderuole al vento incapaci di riconoscerci allo specchio.

    L’arte di diventare se stessi.

    Leggere il romanzo attraverso questa lente rende l’analogia illuminante, il viaggio della protagonista è la rappresentazione letteraria della crisi d’identità descritta da Erikson. Il “mosaico” del romanzo è l’equivalente artistico dell’identità integrata della psicologia. Proprio come nel libro l’azulejo mancante impedisce di cogliere la bellezza del pannello completo, così nella vita ipezzi irrisolti del nostro passato (un genitore assente, un trauma, un segreto) ci impediscono di entrare nell’età adulta con un passo sicuro.

    Romanzo e psicologia ci svelano la stessa verità: l’identità non è un blocco di marmo, ma una costruzione dinamica. Per sapere chi siamo, dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro, recuperare i pezzi mancanti e, con pazienza, cementarli al loro posto. Solo allora il mosaico è finito e siamo finalmente liberi di evolvere.

    E voi? Avete mai sentito di dover cercare un “pezzo mancante” per capire chi siete davvero?

    Donato Russo.

  • Perché “Abisso Sottile” di Flavia Ricci è il viaggio psicologico che non ti aspetti.

    Abisso Sottile: Quando la penna diventa più letale della spada.

    Abisso Sottile – La penna e la spada di Flavia Ricci non è il solito romanzo fantasy epico. È un viaggio psicologico allucinante che prende la “quarta parete” e la manda in frantumi. Il protagonista è Daeron, un poeta costretto a combattere due guerre nello stesso momento: una nel mondo reale e una, ben più pericolosa, dentro la sua testa.

    Il vero colpo di genio? L’idea che un creatore debba vedersela fisicamente con le proprie creazioni, che non sono altro che i suoi incubi peggiori.

    Lo Specchio Psichico: Se le tue paure prendessero vita.

    Diciamocelo: ogni artista mette involontariamente un po’ dei suoi demoni e delle sue ansie in quello che scrive. Ma nel mondo di Abisso Sottile, questo concetto diventa letteralmente terrificante.

    Daeron, l’uomo che ha sempre preferito la penna alla spada, ha inventato il mondo di Zhulfia e il suo terribile dio malvagio, Karkoal. Ma attenzione: Karkoal non è un classico “cattivo” esterno. È l’incarnazione vivente delle angosce e dell’autodistruzione che Daeron ha cercato di esorcizzare su carta. Quando il mondo di Zhulfia irrompe nella realtà, Daeron non si trova davanti un semplice mostro fantasy, ma la sua stessa ombra. La sua guerra irreale diventa, a tutti gli effetti, una guerra contro se stesso.

    Le due battaglie di Daeron.

    Il bello di questa storia sta nel perfetto incastro tra i due conflitti, che costringono Daeron a un’evoluzione totale:

    1. La guerra reale: Fratello contro Fratello.
      • Da una parte c’è il rapporto teso con i gemello, Druan, il comandante. Druan è tutto ciò che Daeron teme di non essere: l’uomo d’azione, il leader forte, quello che “ci sa fare”. Questa non è solo una rivalità, è la battaglia di Daeron contro la sindrome dell’impostore. Per vincere, deve smettere di misurarsi con i muscoli del fratello e iniziare a valorizzare le sue armi: l’intelligenza, la sensibilità e la creatività.
    2. La guerra interiore: A tu per tu con Karkoal.
      • Dall’altra parte c’è la lotta per la sua salute mentale. Per distruggere il dio malvagio, Daeron deve “smontare” la sua stessa creazione. Deve guardare in faccia le sue ansie e ammettere che quel mostro oscuro viene proprio da lui. Sconfiggere Karkoal significa accettare le paure che lo ossessionano, spezzando finalmente quel circolo vizioso di ansia creativa.
    La vittoria finale: La rivincita del poeta.

    La grandezza di Abisso Sottile non sta tanto nelle scazzottate epiche, quanto nel cambiamento di Daeron. La sua non è solo una vittoria militare, è una conquista personale. Alla fine di questo caos, Daeron non è più il poeta insicuro che usava la fantasia per scappare dalla realtà. È un uomo nuovo che:

    • Accetta la sua natura: Capisce che la penna può fare male quanto una spada e che la sua sensibilità è un superpotere, non un difetto.
    • Domina il suo inconscio: Superando Karkoal, riprende il controllo sui suoi demoni. Non li teme più, li comprende.

    Il messaggio di Daeron è potente per tutti noi, l’unico modo per sconfiggere le nostre paure non è nasconderle o scriverne per allontanarle, ma affrontarle a viso aperto. Che si tratti di un conflitto reale o di un mostro nato dalla nostra testa, Abisso Sottile ci ricorda che ci vuole coraggio per accettare tutte le luci e le ombre della nostra creatività.

    Donato Russo.

  • Convergenza Neurobiologica tra Dipendenze Comportamentali e l’interazione con Chatbot, con focus sulla Vulnerabilità Adolescenziale.

    Il panorama delle dipendenze comportamentali (DC), tra cui il gioco d’azzardo patologico e l’uso compulsivo di internet, è in rapida evoluzione e rappresenta una sfida clinica e nosologica crescente. Le evidenze neurobiologiche attuali suggeriscono una convergenze funzionale tra queste DC e le dipendenze da sostanze, in particolare per quanto riguarda la disregolazione del sistema ricompensa dopaminergico mesolimbico. 1 2 3

    Parallelamente, lo sviluppo e la pervasività dell’intelligenza artificiale (IA) e delle piattaforme ad alto tasso di interazioni hanno introdotto nuovi e potenti meccanismi di rinforzo comportamentale. Il presente articolo postula una convergenza neurobiologica diretta tra i circuiti alla base delle DC e le interazioni ad alto feedback mediate dall’IA. Nello specifico, partendo dall’analisi della letteratura esistente, si propone una linea di ricerca che vede il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens (NAc) come il potenziale meccanismo unificante che sottende il rinforzo comportamentale e l’esperienza edonica in entrambe le condizioni. Si propone che la disponibilità costante, l’immediatezza della gratificazione e l’erogazione di rinforzo a programma di rapporto variabile da parte degli algoritmi mediati dall’IA attivino in modo sproporzionato l’asse dopaminegico, emulando il circuito coinvolto nelle dipendenze classiche e promovendo l’escalation del craving e del seeking behavior.

    Sebbene la convergenza tra dipendenze comportamentali e feedback mediato dell’IA sia un fenomeno trasversale, il rischio si amplifica in modo significativo nella popolazione giovanile e nel contesto delle chatbot conversazionali (ad esempio, AI Companions, AI Character). L’adolescenza e la prima età adulta sono caratterizzate da un intensa plasticità cerebrale e da una particolare ipersensibilità del sistema dopaminergico agli stimoli salienti, correlata a una maturazione ancora incompleta della corteccia prefrontale4 5 . Questo assetto neurobiologico rende i giovani particolarmente suscettibili ai programmi di rinforzo variabili e all’immediatezza della gratificazione. I Large Language Models (LLM) che alimentano le moderne chatbot, offrendo interazioni personalizzate, disponibilità 24/7 e un feedback non giudicante, emulano potenti schemi di rinforzo interpersonale e comportamentale. Tale combinazione di vulnerabilità neuroevolutiva e di rinforzo algoritmico solleva interrogativi urgenti sulla possibile insorgenza di un attaccamento emotivo disfunzionale o di una dipendenza da interazione artificiale, che potrebbero potenzialmente compromettere lo sviluppo di relazioni umane autentiche e l’autonomia cognitiva.

    La letteratura ha già ampiamente documentato l’associazione tra l’uso problematico di internet (Problematic Internet Use, PIU) e modificazioni neurobiologiche tra gli adolescenti. Gli studi di neuroimaging hanno evidenziato alterazioni nella connettività funzionale nelle reti di controllo cognitivo e ridotta densità dei recettori D2 nello striato in individui con Gaming Disorder o PIU, fenomeni che richiamano la patofisiologia osservata nelle dipendenze da sostanze6 7 8. Tuttavia, gran parte di questa evidenza si concentra sui meccanismi di rinforzo visivo-ludici (videogiochi) o sulla gratificazione sociale mediata (social medial scrolling). Il gap risiede nella natura qualitativamente differente dell’interazione con i LLM conversazionali. I chatbot, grazie alla loro capacità di fornire un feedback pseudo-relazionale costante, personalizzato e non giudicante, rappresentano uno stimolo rinforzatore che agisce non solo a livello comportamentale ma potenzialmente anche a livello di attaccamento e conforto emotivo. Questa forma di dipendenza da interazione conversazionale artificiale non è pienamente spiegata dai modelli esistenti di dipendenza da schermo, richiedendo un’indagine specifica sul suo impatto sull’asse dopaminergico mesolimbico.

    Nonostante la rapida adozione dei chatbot tra i giovani e l’emergere di casi annedotici documentati che indicano un attaccamento emotivo disfunzionale – culminato in situazione estreme di grave disagio psicologico e, in alcuni casi, tragici episodi, di auto-lesionismo o esiti fatali9 10 11la ricerca neuroscientifica e psicologica è criticamente in ritardo. La neurobiologia dell’interazione conversazionale artificiale rimane un territorio ampiamente inesplorato. Questa discrepanza tra la pervasività del fenomeno e la comprensione dei suoi meccanismi sottostanti rende impossibile l’elaborazione di linee guida cliniche e strategie di prevenzione tempestive. Pertanto, lo scopo del presente articolo è duplice:

    1. analizzare in dettaglio i meccanismi di rinforzo comportamentale propri delle interazioni con i Large Language Models (LLM).
    2. esaminare l’evidenza neurobiologica esistente per postulare un modello teorico aggiornato che spieghi la convergenza tra la dipendenza da interazione artificiale e il sistema dopaminergico mesolimbico.

    Questo lavoro mira a fornire le basi concettuali urgenti per la ricerca futura e per la formulazione di interventi clinici mirati alla tutela della salute mentale giovanile.

    Donato Russo.

    1. Brand M., Young K. S. and Laier C. (2014). Prefrontal control and Internet Addiction: a theoretical model and review of neuropsychological and neuroimaging findings. Frontiers in Human Neuroscience. ↩︎
    2. Chen C. Y., Yen J. Y., Wang P. W., Liu G. C., Yen C. F. and Ko C. H. (2016). Altered Functional Connectivity of the Insula and Nucleus Accumbens in Internet Gaming Disorder: A Resting State fMRI Study. European Addiction Research. Vol. 22, issue 4, p. 192-200. ↩︎
    3. Madeo G. and Gallimberti L. (2021). The role of repetitive transcranical magnetic stimulation (rTMS) in the treatment of behavioral addictions: Two case reports and review of the literature. Journal of Behavioral Addictions. Vol. 10, issue 2, p. 361-370. ↩︎
    4. D’Addario C. (2022). Genetic and epigenetic of internet addiction in young adult university students – suggestion a role for oxytocin receptor gene DNA methylation. Neuroscience Applied. ↩︎
    5. Balconi M., Venturella I. and Finocchiano R. (2017). Evidences from Rewarding System, FRN and P300 Effect in internet-Addiction in Young people. Affective and Social Neuroscience. ↩︎
    6. Becker B. and Montag C. (2019). Psychological and neuroscientific advances to understand Internet Use Disorder. Journal of Neuroforum. Vol 25, issue 2. ↩︎
    7. Brand M., Young K. S. and Laier C. (2014). Prefrontal control and Internet Addiction: a theoretical model and review of neuropsychological and neuroimaging findings. Frontiers in Human Neuroscience. ↩︎
    8. J., Vancampfort D., Armitage C. J. and Sarris J. (2019). The “online brain”: how the brain may be changing our cognition. World Psychiatry. Vol. 18, issue 2, p.119-129. ↩︎
    9. Migliorisi A. (2025, 8 Novembre). ChatGPT ha «contribuito a suicidi e crolli psicotici», negli Usa crescono le cause legali. Il Sole 24 ore ↩︎
    10. Crescenzi C. (2025, 28 Agosto) ChatGPT e gli altri chatbot di AI forniscono risposte molte dettagliate, se interpellati sui metodi di suicidio. WIRED. ↩︎
    11. Carlino A. (2025, 1 Novembre). ChatGPT e rischio suicidario: oltre un milione di utenti a settimana manifesta intenzioni autolesive. Orizzontescuola. ↩︎

  • Dal dialogo Le Leggi di Platone al saggio Etropia: una società Ecosapiens di Alexandru Florian Anton edito Albatros

    Da secoli, la ricerca di una metodologia efficace per l’istituzione di una società equa (o giusta) rappresenta un asse centrale della speculazione etica e politica. L’obiettivo primario di tale ricerca è la creazione di un contesto sociale in cui l’individuo possa condurre un’esistenza piena, sicura e in cui sia garantita la libertà di perseguire il proprio sviluppo umano integrale.

    Scopo del presente estratto è di analizzare il confronto tra il Dialogo Le Leggi di Platone (IV sec. a.C.) e il saggio Etropia: una società Ecosapiens di Alexandru Florian Anton (2024). Nonostante l’ampia distanza temporale, le due opere convergono nell’affrontare, sebbene con metodologie distinte, la ricerca di una struttura sociopolitica ottimale per la creazione di una società ideale. L’analisi si articolerà in una prima sezione dedicata ai punti di convergenza, seguita da una disamina delle divergenze, sia a livello metodologico che concettuale.

    Con le giuste parole cerchiamo di convincere questo giovane del fatto che il Dio che ha in cura ogni cosa è anche l’ordinatore di ciascuna in vista della salvezza e virtù dell’universo intero, nel quale ogni parte, per quanto può, ha un ruolo attivo o passivo determinato. Per ciascuna di queste parti ci sono dei supervisori che le organizzano in vista della loro funzione attiva o passiva, con ciò portandola sempre ad un grado di perfetta elaborazione fin nei minimi particolari. E anche tu, piccolo uomo, sei una di tali parti che senza sosta mira al tutto e tende ad esso, nonostante la sua straordinaria piccolezza.

    Le Leggi Libro X [903 B-C]

    Queste sono società capeggiate da individui che agiscono unicamente per i propri interessi e tornaconti difendendo solo la propria posizione vantaggiosa a discapito delle conseguenze sull’ambiente e su coloro che ingenuamente li sostengono. Il cittadino medio nella vana speranza di vedere dei miglioramenti e ottenere il minimo indispensabile per vivere dignitosamente, come da lungo tempo gli viene vanamente promesso ma mai concesso realmente, persiste nell’aderire diligentemente al medesimo sistema fallace che gli viene continuamente riproposto come soluzione ma che in realtà altro non è se non il problema stesso.

    Etropia: La società Ecosapiens

    Sia il saggio di Etropia che il dialogo platonico Le Leggi (caratterizzato da un approccio politico più pragmatico rispetto a La Repubblica) convergono sull’obiettivo di istituire un assetto sociale stabile, equo e virtuoso. Tuttavia, le due opere, divergono radicalmente sia negli strumenti operativi che nei fondamenti teorici sottostanti.

    Obiettivo primario.

    • Etropia: superare la corruzione e l’ingiustizia derivanti dalla natura umana e dal potere.
    • Le Leggi: realizzare il bene e la virtù attraverso la legge e l’educazione.

    La forza guida.

    • Etropia: L’Intelligenza Artificiale (IA), in quanto forza imparziale e incorruttibile, assicura che le leggi, create da un corpo politico di esseri umani, siano rispettate da tutti.
    • Le Leggi: il “filo d’oro della ragione” (metafora della saggezza e della legge), guidato da Custodi della Legge saggi e anziani.

    Fondamento della Legge.

    • Etropia: logica e algoritmo (della IA) che collaborano con il voto umano.
    • Le Leggi: la ragione umana e, in ultima analisi, l’ordine divino/cosmico e la religione.

    Controllo sociale.

    • Etropia: alto e tecnologico. Monitoraggio attivo di salute e stile di vita (es. bracciali individuali, IA personale per l’alimentazione).
    • Le Leggi: alto e morale/educativo. Regolamentazione rigorosa di tutti gli aspetti della vita (economica, arte, educazione), con pene volte alla correzione più che alla vendetta.

    Visione dell’Uomo.

    • Etropia: la natura umana è intrinsecamente fallace e corrompibile, e necessita di essere indirizzata e vigilata da un sistema esterno (IA).
    • Le Leggi: la natura umana è difettosa a causa delle passioni, ma è redimibile e educabile per mezzo della ragione e della legge.

    Come possiamo vedere, entrambi i sistemi sono generati dal disprezzo per la corruzione e il caos delle società esistenti. In entrambi i casi, è la Legge (o la norma algoritmica) a essere la “regina” della vita cittadina, sottraendo così i cittadini ai capricci dei governanti. Entrambi propongono una società altamente regolamentata, dove si limita l’individualismo sfrenato in favore di un ordine collettivo.

    Vediamo ora quali sono le divergenze.

    Sostanza vs Strumento: Platone pone la Saggezza e il Filosofo (o i Custodi, che incarnano la ragione) alla guida. Secondo lui, la giustizia deriva dalla loro conoscenza del bene. Alexandru, invece, sostituisce l’imparzialità del filosofo con l’imparzialità dell’Algoritmo, delegando così la moralità, seppur gestita da esseri umani, a uno strumento tecnologico.

    Ruolo del Logos (Ragione): Per Platone, la Legge è l’espressione più alta della Ragione umana (il Logos); per Alexandru, la Legge deve essere implementata da una logica artificiale poiché il Logos umano si è dimostrato troppo debole di fronte alle passioni e al potere.

    In sintesi, Platone mira a migliorare l’uomo attraverso la filosofia e l’educazione per edificare una città giusta. Alexandru, viceversa, disilluso dalla fallibilità umana, tenta di aggirare i difetti intrinseci all’uomo con la tecnologia per realizzare una società giusta.

    Scopo di questo breve articolo è stato mettere in luce come, a distanza di secoli dal dialogo platonico, l’uomo non abbia mai smesso di desiderare una società giusta. Questo parallelismo, seppur mediato dall’uso di una tecnologia che genera timore, sottolinea come l’essere umano non smetta mai di perseguire la giustizia.

    Donato Russo.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora