Viaggio ontologico tra le pagine di “The Book of Love”.

Fantasmi, magia e Heidegger: Kelly Link e il senso della vita in The Book of Love.
Chi l’ha detto che la filosofia deve per forza profumare di chiuso e di vecchie biblioteche polverose? A volte le domande più profonde sulla nostra esistenza non si trovano tra le note a piè di pagina di un saggio, ma tra le pieghe di un romanzo fantasy contemporaneo. È il caso di The Book of Love, dove Kelly Link non si limita a scrivere una storia di fantasmi o di magia urbana, ma mette in scena una vera e propria sfida filosofica: cosa significa esistere davvero?
Attraverso il ritorno alla vita di quattro personaggi – Laura, Daniel, Mo e l’anima antica Bowie – l’autrice esplora quello che Martin Heidegger definiva in Essere e Tempo come il passaggio cruciale dall’inautenticità alla verità dell’essere.
1 – Il risveglio del Si. La tentazione della normalità.
Per Heidegger, l’essere umano vive per lo più in una dimensione inautentica, dominata dal Si (Das Man). È quel regno della chiacchiera e della curiosità superficiale dove ci comportiamo come “si” deve, parlando come “si” parla, cercando disperatamente di sfuggire all’angoscia della nostra fine.
Nel romanzo, Laura, Daniel e Mo incarnano perfettamente questa fuga. Nonostante l’evento traumatico della loro morte, il loro primo istinto non è interrogarsi sul senso del loro ritorno, ma di restaurare il passato a ogni costo:
- Mo si rifugia nel desiderio di un amore giovanile che sia, sopra ogni cosa, “normale”.
- Laura cerca di ricostruire la propria identità attraverso gli oggetti, accumulando musica e nuovi strumenti.
- Daniel resta paralizzato in una preoccupazione costante per la famiglia, una forma di “cura” che però non si traduce mai in una vera scelta, rimanendo ferma al palo.
I tre ragazzi utilizzano la magia come una tecnica di manipolazione per piegare la realtà ai propri desideri. Cercano di cancellare il fatto di essere “sati morti” per tornare a essere “chiunque” nella cittadina di Lovesend. È il tentativo umano, quasi commovente, di nascondersi nell’ordinario per non guardare l’abisso.
2 – Bowie e il richiamo della coscienza.
Al polo opposto troviamo Bowie. In quando anima antica, Bowie ha già esaurito le maschere del “Si”; ha già vissuto abbastanza per sapere che la normalità è un illusione. Il suo incontro con Thomas funge da quello che il filosofo Heidegger chiamerebbe Richiamo della Coscienza (Gewissensruf): la voce interiore che ci strappa alle distrazioni del mondo per ricordarci la nostra responsabilità verso noi stessi.
A differenza dei ragazzi, Bowie non usa la magia per “avere” (chitarre, amore, controllo), ma per “essere”. La sua è una ricerca di Aletheia, lo svelamento della verità:
- Cerca di ricordare chi fosse veramente, oltre il mito ed il tempo.
- Affronta la propria storicità, accettando finalmente il peso di un passato turbolento e non sempre nobile.
- Agisce per fare ammenda, trasformando la magia in uno strumento di autoconoscenza piuttosto che in un mezzo di dominio sugli altri.
3 – La magia come Tecnica vs la magia come Verità.

Il conflitto centrale del libro può essere letto come la critica di Heidegger alla ricerca moderna. Se ci pensiamo, per Laura e Mo la magia è un gadget per asservire il mondo ai propri bisogni, un modo per coprire il vuoto lasciato dalla morte sotto un velo di nuove possibilità materiali.
Daniel, d’altro canto, pur rifiutando la magia, rimane vittima della propria Fatticcità: accetta passivamente la situazione in cui si trova senza mai progettarsi veramente verso una soluzione autentica. È l’eterno spettatore della propria vita.
Bowie è l’unico che accetta l’angoscia. Heidegger sostiene che l’angoscia ha un potere straordinario, ci isola e ci mette di fronte al Nulla, ma è solo in questo isolamento che diventiamo autentici. Bowie accetta di essere diverso, di essere solo e di dover pagare un debito. Non cerca la scorciatoia della normalità, ma attraversa il dolore per trovare la sua verità.
4 – Il finale: La morte come unica Libertà.
La conclusione del romanzo è un potente commento al concetto heideggeriano di Essere-per-la-morte. La tesi del filosofo è paradossale ma vitale: la morte non è ciò che interrompe la vita, ma la condizione che la rende autentica, perché le dà un limite e quindi un senso.
- Il purgatorio dei ragazzi. Laura, Daniel e Mo faranno una scelta che li terrà “legati” al mondo perdendo molto più. Questa rappresenta la metafora perfetta della loro caduta nell’inautenticità.
- La liberazione di Bowie. Lui solo raggiunge la totalità del suo essere, il suo Nulla sarà l’unico vero atto di liberà di tutto il romanzo.
Conclusione.
The Book of Love ci insegna che non è la durata della vita a determinarne il valore, ma il modo in cui ci rapportiamo alla sua fine. Mentre i giovani protagonisti restano prigionieri di un “amore eterno” che si è trasformato in una prigione di ombre. Bowie ci mostra la via più difficile, solo chi ha il coraggio di accettare la propria finitudine può dire di aver vissuto davvero.



















